Che vuol dire “rimanete in me”? Gesù utilizza questa espressione per parlare di uno speciale rapporto tra lui e i discepoli. Dopo l’immagine del pastore e delle pecore di domenica scorsa, oggi siamo invitati a riflettere su quest’altra immagine: la vite e i tralci. “Rimanete in me”, dice Gesù ai discepoli, come i tralci sono uniti alla vite. Tra la vite e i tralci scorre la linfa. Quel fluido che mantiene in vita. È come il sangue nel nostro corpo, che ci permette di restare in vita.

Rimanere per vivere, per essere, per portare frutto.

L’essere uniti a Gesù non è riferito alla preghiera. Gesù non dice: chi prega tutto il giorno è unito a me. Il rimanere è una identità. È una appartenenza. È sapere che abbiamo bisogno di attingere alla fonte della vita per portare vita. S. Giovanni, nella seconda lettura, parla dell’amore e dice che sia ama “con i fatti e nella verità”. Essere uniti a Gesù ci fa amare con i fatti, non con le parole. L’amore è concreto, è azione, è spinta ad uscire e a vivere l’annuncio del vangelo, tra i successi e le incomprensioni, così com’è successo a Paolo, all’inizio allontanato dalla comunità per paura, ma poi è divenuto un annunciatore coraggioso “nel nome di Gesù”.

“Rimanete in me” è, dunque, una proposta. È la sintesi di quel motto “battezzati e inviati”, che ci parla di identità e di missione. Ma attenzione: ho l’impressione che come cristiani dobbiamo ricordarci continumamente “chi siamo” e “chi siamo chiamati ad essere”, perché, se ci allontaniamo dalla fonte, ci costruiremo la nostra identità e saremo noi a definire la missione. Il difficile rinnovamento delle nostre comunità di fede non può avvenire senza il riferimento alla volontà del Maestro. Dal Papa ai teologi, dai parroci ai laici, tutti riflettiamo e scriviamo sul bisogno della Chiesa di rinnovarsi, di cogliere i segni dei tempi, di essere “moderna”, di inculturarsi, di “aggiornarsi”, di un bisogno di “rievangelizzazione”, e così via. “Ecclesia semper reformanda est”, sosteneva il pensiero protestante, ed è vero. Ma questa riforma non è solo un andare in avanti. È anche un tornare indietro, alla fonte, al pensiero del fondatore, al cuore del Risorto. E siccome la tentazione di usare la Parola di Dio per giustificare le nostre idee e progetti è sempre forte (l’arte del collage dei versetti biblici non è poi così difficile), dobbiamo riformarci purificandoci.

Buon cammino

p. Antonio