La parola di Dio di questa domenica ci presenta due uomini, la cui vita cambia dopo aver incontrato Dio. Il soldato siriano della prima lettura e il samaritano del vangelo hanno una cosa in comune: sono malati e sono esclusi. In un contesto culturale in cui la malattia era sinonimo di punizione divina per aver fatto qualcosa di male, non bastava essere “puniti” fisicamente con qualche malattia grave, come la lebbra, c’era come conseguenza anche l’esclusione sociale degli ammalati per non esserne contagiati.

Rivolgersi a Dio per essere guariti – quando le medicine non possono fare più nulla - è lecito, anzi, spesso è “l’ultima spiaggia”, ma questi due uomini della liturgia di oggi hanno sperimentato cosa vuol dire “fiducia” nella parola di qualcuno. Hanno dovuto credere ad una promessa e mettersi in cammino. Hanno dovuto compiere dei riti prima di essere guariti. Tutto ciò ha messo alla prova la loro fiducia in quella parola. Il risultato ne è stata non solo la guarigione del corpo ma la nascita di una fede. “Alzati e va’, la tua fede ti ha salvato”, dice Gesù al samaritano guarito, che era tornato a ringraziare.

La maggior parte di coloro che tornano da Lourdes non sono guariti nel corpo, ma lo sono nel cuore. Questa è la prima cosa importante. Nella vita lottiamo e ci arrabbiamo perché tante cose non vanno come vorremmo. A volte a noi o ai nostri cari capitano malattie che complicano la vita e mettono alla prova l’esistenza. Pur con tutti i tentativi di migliorare le nostre condizioni di vita tramite la medicina, la cosa più difficile è accettare questa nostra fragile umanità.

Solo quando saremo in pace nel nostro cuore inizieremo a vivere davvero.

Buon cammino

p. Antonio