2020 10 educazionediversamenteabiliIl «Leitbild Katechese im Kulturwandel» rappresenta la linea guida per la catechesi nelle diocesi di lingua tedesca della Svizzera. Tra i dodici principi fondanti, il decimo si occupa della formazione religiosa di bambini e ragazzi diversamente abili. Per capirne di più abbiamo intervistato la signora Fernanda Vitello Hostettler, responsabile per il settore di educazione religiosa curativa (Heilpädagogischer Religionsunterricht, HRU) del Centro Specialistico per l’Educazione Religiosa del Canton Berna.

Cosa significa “integrazione” in relazione all’educazione religiosa con le persone con disabilità?

L’educazione religiosa separata è quando il catechista HRU di occupa dell’educazione religiosa dei bambini in una scuola speciale. L’educazione religiosa integrativa è quando il bambino con disabilità frequenta l’educazione religiosa in parrocchia o in missione, accompagnato da un catechista HRU quando necessario. Questa impostazione è molto comune quando ci si prepara ai sacramenti.

Nel Canton Berna l’educazione religiosa si svolge nelle parrocchie, non nelle scuole. Un’eccezione è costituita dall’educazione religiosa di bambini e giovani disabili che frequentano la scuola in istituto. In molte istituzioni, noi come Chiesa (sia cattolica che riformata) abbiamo il permesso di tenere l’istruzione religiosa nell’istituzione stessa, a volte anche durante l’orario scolastico. Si tratta di un’educazione religiosa separata o di un’educazione religiosa curativa (HRU). Per i sacramenti lavoriamo insieme alle parrocchie o alle missioni di provenienza in particolare per la preparazione e per la celebrazione del sacramento. A seconda delle esigenze, la catechista HRU è più o meno presente durante questa preparazione, poiché conosce il bambino. E qui si parla di integrazione.

Di quanti bambini e/o ragazzi parliamo?

Da quando ho iniziato a lavorare alla Fachstelle Religionspädagogik, il Centro Specialistico per l’Educazione Religiosa, il numero di bambini e giovani che frequentano i corsi di educazione religiosa di recupero è variato tra 78 e 84. Questi sono tutti quelli di cui sono a conoscenza. Sicuramente ci sono anche bambini e giovani che seguono un’educazione speciale nella parrocchia / nelle missioni e di cui non sappiamo nulla? Se funziona bene, mi fa piacere.

Di cosa si dovrebbe tener conto nell’educazione religiosa di persone con disabilità? Come si può preparare al meglio i bambini diversamente abili al sacramento?

È importante scoprire le capacità e le preferenze del bambino. I genitori sono di grande aiuto in questo caso: conoscono loro figlio meglio di chiunque altro. Bisogna partire da questi punti forti e dalle preferenze del bambino e utilizzarli come risorsa. I metodi d’insegnamento devono essere adattati e si deve prestare particolare attenzione al linguaggio utilizzato: nessun linguaggio tecnico, riferimento alla vita quotidiana del bambino. Contenuti teologici complessi e difficili devono essere resi tangibili per i bambini. Nella domanda 8 ho elencato altri punti.

Il centro specializzato per gli studi di educazione religiosa del cantone (Fachstelle Religionspädagogik) offre una formazione mirata. Per cosa sono preparati i partecipanti al corso?

La formazione offerta dal centro è la formazione di base per i catechisti. Con il certificato ForModula, le donne e gli uomini diventano competenti in questioni teologiche, in questioni di educazione religiosa e in questioni metodologico-didattiche. Sono preparati per definire i processi spirituali e per collaborare nelle celebrazioni liturgiche.

L’intera formazione è strutturata in moduli. Tutti i moduli sono elencati sul nostro sito web.

Già durante la loro formazione come catechisti, i partecipanti al corso si occupano di questioni riguardanti la disabilità – l’integrazione – l’inclusione. Chi desidera specializzarsi nell’insegnamento religioso specifico per bambini e giovani con disabilità, dopo ForModula potrà seguire un ulteriore corso di formazione e riceverà un’introduzione all’educazione curativa, ai metodi dell’educazione curativa e a sua volta rifletterà sull’immagine dell’uomo e di Dio sullo sfondo della disabilità. Ulteriori informazioni sono nuovamente disponibili sulla nostra homepage: www.kathbern.ch/fachstellen-organisationen/fachstelle-religionspaedagogikreligionspaedagogik.

Qual è il ruolo delle famiglie nell’educazione religiosa? Molte famiglie non sono a conoscenza dell’opzione HRU. Come si possono informare i genitori e sensibilizzare la società?

Nelle istituzioni in cui siamo presenti come Chiesa, abbiamo un accordo con la direzione della scuola che informerà i genitori sull’HRU al colloquio d’ingresso e consegnerà un modulo d’iscrizione. Alle serate dei genitori nelle parrocchie – e nelle missioni – la direzione della comunità può fare riferimento all’offerta dell’HRU. Abbiamo anche dei volantini che possono essere appesi. Noi catechisti HRU non accompagniamo solo i bambini e i giovani; il contatto con i genitori è molto importante e varia a seconda delle esigenze.

Per sensibilizzare la società, è importante, soprattutto a scuola e nell’educazione religiosa, permettere ai bambini e ai giovani di entrare in contatto, in modo che possano imparare ad affrontare cose diverse e a vivere insieme. So per esperienza che non è difficile per i bambini. È importante parlare con loro delle differenze e delle somiglianze e accettarle.

Qual è l’importanza della lingua materna per l’educazione religiosa? Qual è il ruolo delle missioni linguistiche?

I bambini e i giovani disabili nel Canton Berna vengono educati in istituti di lingua tedesca o francese e imparano / ascoltano durante tutto il giorno soprattutto la “lingua di scolarizzazione”. La lingua materna si parla a casa.

Dove debba svolgersi l’educazione religiosa del bambino, sia essa nell’istituto o nella missione, è una decisione dei genitori. Loro sanno meglio di chiunque altro quanto il proprio figlio capisca la lingua materna. Noi catechisti HRU cerchiamo di rispondere il più possibile ai desideri dei genitori e lavoriamo sempre di più con le comunità linguistiche.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi dei setting “separativo” e “integrativo”?

Nel setting separativo, è possibile occuparsi interamente delle esigenze del bambino diversamente abile, è il bambino a stabilire il ritmo. Il bambino riceve tutte le attenzioni ed è quindi più facile per l’educatore capire quando fermarsi o focalizzarsi più a lungo su un aspetto. In questo caso il bambino con disabilità beneficia al massimo dell’attenzione che gli viene data. In questa impostazione è più elevata anche la tutela e la protezione del bambino.

Nell’impostazione integrativa, diventa possibile lo scambio con l’altro. Tutti i partecipanti imparano a relazionarsi l’uno all’altro, ad essere sensibili l’uno all’altro. Ciò rende possibile l’esperienza di una comunità più ampia e varia.

Come si svolge lo scambio tra i bambini in un contesto integrativo? Ne possono trarre tutti beneficio l’uno dall’altro?

Tutti i bambini, disabili o meno, sono innanzitutto bambini, sono curiosi e vogliono imparare qualcosa. Come insegnante di religione è importante conoscere metodi diversi e non solo l’insegnamento frontale. Affinché tutti i bambini possano beneficiare l’uno dell’altro, sono importanti gli incontri e lo scambio. Giocare insieme, parlare tra loro, lavorare insieme su un esercizio, … Nel caso di un lavoro individuale, il compito dovrebbe avere diversi livelli, in modo che possa coinvolgere i diversi sensi. Le lezioni devono essere preparate in modo tale che tutti i bambini siano coinvolti, che tutti possano dare il loro contributo, che tutti possano partecipare. Insieme approfittiamo l’uno dell’altro e impariamo a vivere insieme.

È giusto parlare di “integrazione”? Il concetto di “integrazione” implica il fatto che persone con disabilità debbano inserirsi, integrarsi, in una presunta “normalità”. Esiste un concetto migliore?

Il concetto migliore sarebbe “inclusione” – e anche questo non è un concetto, ma piuttosto un atteggiamento. Un atteggiamento in cui ogni persona è percepita come una persona, nel suo insieme, e non solo le caratteristiche, per esempio la disabilità. Il concetto di “integrazione” significa che le persone con disabilità devono adattarsi a una determinata norma, mentre con l’”inclusione” la diversità non è percepita come un ostacolo, ma come una sfida o addirittura un arricchimento. Per giungere ad un approccio inclusivo, sono necessari tanti momenti integrativi, in modo da rendere possibili incontri e discussioni sul tema.

Intervista a Fernanda Vitello Hostettler, Fachstelle Religionspädagogik Bern a cura di Luca Panarese


Articolo pubblicato sul mensile insieme di ottobre 2020.